IL NATALE, I PARENTI E LE EMOZIONI SUPERIORI

IL NATALE, I PARENTI E LE EMOZIONI SUPERIORI

 

Quando il sole sorge, non sentite che dal più profondo del vostro essere qualcosa sta sorgendo anche in voi? Fate in modo che, almeno per un momento, la vostra anima diventi simile al sole”.

O. M. Aivanhov

 

 

 

 

A Natale siamo tutti un po’ più buoni.

Una frase che molti considerano banale e ipocrita. Ma non penso sia così o meglio, non penso sia solo così.

Il Natale, a livello simbolico, è la festa della luce che sconfigge le tenebre. 

Un’eterna lotta che continua da sempre, tanto nel macrocosmo (il mondo come lo vediamo là fuori) quanto nel microcosmo (noi esseri umani).

Il 25 dicembre il sole ritorna visivamente ad alzarsi sull’orizzonte terrestre. Dopo giorni di massimo buio, la luce inizia lentamente ad aumentare.

Cosa significa questo a livello simbolico?

Al di là dei doni, dei pranzi, dei parenti e delle luci nelle strade, c’è un significato profondo che parla alla nostra anima.

 

La forza delle emozioni superiori

 

Cosa sono le emozioni superiori? E perché provare affetto per i parenti al pranzo di Natale, per esempio, fa bene alla salute?

Andiamo per ordine.

Ti sarà capitato di provare commozione davanti a una scena spettacolare della natura, magari un tramonto, un cielo stellato o comunque di sentire in determinate situazioni un intenso stato di felicità inspiegabile. 

Ecco, in quel momento tu stavi provando un’emozione superiore, che corrisponde letteralmente a un’espansione cardiaca.

In Alchimia si è soliti distinguere le emozioni inferiori (rabbia, frustrazione, paura, tristezza, apatia, invidia, ecc.) dalle emozioni superiori (gratitudine, perdono, amore, ammirazione, fiducia, entusiasmo, operosità, ecc.).

“Inferiore” e “superiore” sono espressi senza nessuna accezione morale, ma hanno a che fare con la vibrazione che le caratterizza. Infatti, nella via di trasformazione interiore, una delle prime cose che si impara a fare è andare oltre la connotazione morale (che è soggettiva e dettata dalla maturità individuale). 

In termini pratici, l’Alchimista è uno scienziato di se stesso. 

Sta di fatto che le emozioni inferiori portano con sé una bassa frequenza, mentre quelle superiori una alta. Ecco cosa ci deve interessare.

Vivere circondati da alte frequenze permette al nostro corpo di produrre certi tipi di sostanze (gli ormoni) benefici alla nostra biochimica (per non parlare degli effetti che questa stessa biochimica ha negli nostri stati mentali). 

Va da sé che emozioni inferiori stimolano la produzione invece di sostanze nocive, veri e propri veleni. 

 

Il ponte tra spirito e materia

 

Cosa permette al perdono, per esempio, di trasformarsi in benessere fisico?

Questa è una questione che ha occupato la mia mente per molti anni della ricerca, soprattutto quelli iniziali.

Un’emozione può divenire biochimica (quindi materia) grazie a un processo sofisticato del sistema endocrino: questa è Alchimia pura. È una delle tante meraviglie del corpo umano.

Cosa significa questo in termini pratici?

Significa che provare emozioni superiori fa bene alla nostra salute fisica e al nostro sistema immunitario. Oltre che alla nostra salute mentale.

Quindi “a Natale siamo tutti un po’ più buoni” non è una frese banale, priva di significato; corrisponde piuttosto a quel bisogno così squisitamente umano di tendere alla bellezza delle emozioni superiori, di tendere alla luce.

Il Natale è quel momento dell’anno in cui abbiamo la possibilità di allenare il perdono, l’affetto, la gioia della condivisione e l’amore, quello vero.

Pazienza per chi si ostina ad essere incazzato col mondo.

Buon Natale.

 

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Chiara Pierobon

Amo pensarmi come una scultrice mentale.
Con lo scalpello della consapevolezza, lavoro sugli strati di condizionamenti e di maschere per far affiorare la bellezza nascosta delle persone.
Mi occupo di FormAzione Umanistica e progetto Percorsi di Consapevolezza per Professionisti illuminati.

chiara.pierobon@ilmetodor.it
www.ilmetodor.it

PROFESSIONE: ESSERE UMANO

PROFESSIONE: ESSERE UMANO

 

“Conosci tutte le teorie, domina tutte le tecniche, ma per toccare un’altra anima umana, devi essere un’altra anima umana”

Carl Gustav Jung

 

 

In un primo momento era impacciata e ingessata. Voleva fare bella figura, si vedeva. Era abituata a colloqui di selezione formali, in cui uno fa domande scontate e l’altro replica con risposte scontate.

Nel 2022 siamo messi così nella selezione del personale. 

Dopo i primi tre minuti, la situazione si è sciolta e finalmente siamo riuscite ad avere un colloquio sano e intrigante tra esseri umani intelligenti.

È stato bello.

Alla fine mi ha detto: “mi è piaciuto molto parlare con te, mi aspettavo una cosa diversa, sai i soliti colloqui di selezione”.

Circondarsi di collaboratori in gamba non è mai stato facile.

Capita spesso di avere in squadra delle persone non in linea con la nostra visione, persone problematiche o più semplicemente persone che non sono tagliate per quel determinato ruolo.

Nel momento di selezione, al di là del curriculum e delle parole di forma, c’è un essere umano che ha un mondo interiore inesplorato.

Come possiamo pensare di scegliere la persona giusta per il ruolo giusto se non sappiamo niente di lei?

 

Insoddisfatti e non rimborsati

 

La stessa insoddisfazione che proviamo noi quando un collaboratore si rivela diverso da come avevamo sperato, la prova anche lui.

Come dico sempre, la vita è troppo breve per fare un lavoro che non ci permette di esprimere noi stessi.

Qual è il punto?

Nel mondo del lavoro spesso manca una vera comprensione della persona che abbiamo davanti anzi, a dirla tutta, manca la voglia e l’interesse di capire chi abbiamo davanti.

Ognuno pensa ai fatti suoi e, al momento di selezionare un collaboratore, si pensa al fatturato che questo permetterà di fare.

Ma l’essere umano, fino a prova contraria, non è un robot, non ancora per lo meno. Il fatturato è sempre una conseguenza di un fattore umano.

 

Professione: essere umano

 

Ognuno nasce con delle caratteristiche ben precise, con dei talenti e con dei punti deboli. E ognuno nasce con una propensione professionale marcata.

Non siamo abituati a sondare il mondo interiore di una persona con reale interesse (soprattutto nel mondo professionale), di solito ci fermiamo al curriculum o al massimo alla “buona impressione” della prima volta. Ma non funziona così.

Di fronte a noi c’è  un essere umano che, più o meno consapevolmente, attraverso il lavoro cerca di esprimere se stesso. Non un automa da fatturato.

I test attitudinali servono, ma solo fino a un certo punto. Dopo dobbiamo metterci del nostro, dobbiamo sporcarci le mani nella relazione vera tra esseri umani.

I test sono soluzioni preconfezionate, proprio come le merendine degli spot pubblicitari: promettono genuinità, ma alla fine si rivelano delle vere delusioni.

Perché non funzionano?

Perché il candidato tende a mentire senza saperlo. Ma non a noi, a se stesso.

La psiche umana è dotata di ammortizzatori: se una caratteristica personale è considerata un difetto inaccettabile (perché la società l’ha bollata come tale), viene letteralmente rimossa dalla coscienza.

A questo aggiungiamo il fatto di voler apparire più di quanto si è (tipicamente umano) e il risultato del test è pronto!

Quello che possiamo fare invece è molto più interessante. 

Ci sono due possibili soluzioni.

La prima: ci facciamo affiancare da un professionista esperto che sappia velocemente “leggere” nel profondo la persona che le sta di fronte (questa è un’arte).

La seconda: ci formiamo attraverso percorsi specifici per imparare a capire le persone.

Se non impariamo a considerare come prioritario il fattore umano, continueremo a vivere come automi inconsapevoli, adorando il dio fatturato. E un giorno potremmo avere qualche brutta sorpresa.

Non dimentichiamoci che il business, come la vita, è soprattutto relazione. 

 

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Chiara Pierobon

Amo pensarmi come una scultrice mentale.
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Mi occupo di FormAzione Umanistica e progetto Percorsi di Consapevolezza per Professionisti illuminati.

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CHIEDIMI SE SONO FELICE

CHIEDIMI SE SONO FELICE

 

“Tutti gli esseri umani vogliono essere felici, peraltro, per poter raggiungere una tale condizione, bisogna cominciare col capire cosa si intende per felicità”.

Jean Jacques Rousseau

 

 

 

L’importante è che ti renda felice”.

Frase tipica che ci sentiamo dire quando siamo alle prese con un cambiamento che abbiamo deciso di fare, o quando chi ci sta accanto non condivide pienamente una nostra scelta.

Sembra che il fine principale di un essere umano sia la felicità. 

In effetti, fin dall’antichità le disquisizioni filosofiche vertevano proprio su questo: come poter essere felici? Eppure in più di duemila anni di ricerca, tutta questa felicità io non la vedo in giro. Avremmo mica guardato dalla parte sbagliata?

Ogni giorno ci riempiamo la testa di stronzate e ci creiamo dipendenze fatali ed inutili. Messi così, come possiamo pretendere di raggiungere qualche grado di felicità?

Viviamo, lavoriamo, ci sposiamo, facciamo famiglia, studiamo, viaggiamo, investiamo in nuovi progetti, facciamo corsi, iniziamo nuove relazioni: tutto questo con un solo obiettivo: essere felici.

Perché allora non siamo mai felici?

Raggiunto un presunto motivo di felicità, ne cerchiamo subito un altro, in una compulsione bulimica che ci lascia alla fine sfiniti.

La felicità continua ad essere un lontano miraggio.

Sembra di vivere all’interno di una grande caccia al tesoro cosmica. Gli indizi ci sono, seminati qua e là, ma della felicità solo qualche pallida ombra.

Soprattutto di questi tempi.

Allora, mi chiedo, stiamo forse guardando dalla parte sbagliata? Stiamo dando troppa attenzione al mondo esteriore e poca a quello interiore?

La verità è che la felicità (quella vera) è una condizione interna e non dipende dall’esterno.

“Ma come faccio a cambiare la condizione interna?”

Conosco solo un modo: lavoro interiore signori.

 

Ripartire dall’essere umano

 

Presso gli antichi Greci era cosa comune conoscere e indagare sul funzionamento dell’essere umano.

Corpo, psiche e spirito venivano analizzati e studiati con un approccio pressoché scientifico. La Filosofia stessa era scienza.

Ecco, penso che oggi dobbiamo recuperare quel modo di esaminare “l’universo essere umano” nella sua globalità.

Troppo progresso esteriore ci ha fatto dimenticare il progresso interiore.

Che sapore ha la felicità? 

Secondo il mio concetto di felicità, Seneca ha colto in pieno il punto: 

“Che non ti manchi mai la gioia, anzi che ti nasca in casa; e nascerà, purché essa sia dentro a te stesso. Le altre forme di contentezza non riempiono il cuore, sono esteriori e vane. È lo spirito che dev’essere allegro ed ergersi pieno di fiducia al di sopra di ogni evento. Credimi, la vera gioia è austera”

La realizzazione personale sta nel fare di se stessi un capolavoro. Qui è nascosta (sotto strati di cazzate) la felicità.

Dobbiamo ripartire dalle fondamenta per edificare la nostra felicità.

E se non partiamo da noi stessi, non vedo alcuna realizzazione possibile.

Ergo: lavoriamo interiormente signori, lavoriamo.

 

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PRETENDERE: VOCE DEL VERBO ISPIRARE

PRETENDERE: VOCE DEL VERBO ISPIRARE

 

“Se non sai correggerti, come puoi pretendere di correggere gli altri?”

Proverbio cinese

 

 

 

Ogni giorno pretendiamo dagli altri: puntualità, efficienza, rispetto, approvazione, supporto, risultati, onestà, lealtà, sincerità, coraggio, intelligenza, apertura mentale, precisione, comprensione, amore, perdono, affetto, aiuto, cortesia e, a volte, soldi. 

Tutte cose buone e giuste.

Ma possiamo pretendere dagli altri a una condizione.

 

Pretendere o ispirare?

 

Tempo fa parlavo di pretesa con un mio cliente.

Mi raccontava che uno dei compiti più difficili per un Manager è quello di saper ispirare i suoi collaboratori, in modo da pretendere da loro senza passare per tiranno.

Pretendere risultati da un collaboratore è un comportamento normale, direi scontato. Lo fanno gran parte dei Manager e dei Professionisti.

Pretendere da se stessi, invece, è un’altra cosa, è da Professionisti illuminati.

Usare l’autorità per pretendere qualcosa non è la stessa cosa che pretendere dagli altri quello che hai già preteso da te stesso. Il ragionamento non fa una piega. 

Sembra una differenza insignificante, ma per chi ci sta intorno non lo è affatto.

È giusto pretendere, ma c’è un modo corretto di farlo. Ecco quale:

  • La pretesa deve essere insegnata con l’esempio: un leader pretende dagli altri ciò che egli continua a pretendere da se stesso. Questo è il primo punto.
  • Deve essere comunicata in maniera chiara, ma mai con un tono impositivo. Ogni collaboratore ha un suo codice comunicativo ben preciso (che cambia a seconda della personalità che lo caratterizza) e per ottenere risultati questo codice deve essere rispettato.
  • Deve essere percepita come realizzabile: mai chiedere a qualcuno qualcosa che non è in grado di fare, sarebbe per lui demotivante. Anche in questo caso bisogna sapere cosa la persona è in grado di fare e cosa no.
  • Deve essere temporizzata. Se pretendiamo un’azione (o un nuovo atteggiamento) da qualcuno, dobbiamo aiutarlo a trasformare la pretesa in un obiettivo a medio o a lungo termine. Le persone sono continuamente bombardate da mille informazioni e si perdono tra le pieghe della vita. È nostro compito guidarle verso un miglioramento (interiore ed esteriore).
  • Infine, deve essere valorizzata. Non sottovalutiamo lo sforzo che chiediamo a qualcuno. Al contrario, evidenziamo e riconosciamo la difficoltà che gli stiamo chiedendo di affrontare e, soprattutto, gratifichiamolo quando ha raggiunto il suo obiettivo.

Messa così, la PRETESA è un percorso di miglioramento per tutti.

La leadership non può essere esercitata attraverso un diploma appeso al muro o peggio, attraverso un’autorità dispotica, ma dev’essere trasmessa agli altri attraverso l’esempio.

Alla fin fine, quello che fa la differenza è la nostra capacità di ispirare gli altri. 

Non possiamo fingere autorevolezza o carisma, dobbiamo possedere queste qualità con tutto il nostro essere. Fatti, non parole.

Prima pretendiamo da noi stessi. Dopo, possiamo fare altrettanto con gli altri.

 

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NON SEMPRE LA FORMA FA LA SOSTANZA

NON SEMPRE LA FORMA FA LA SOSTANZA

 

“Sappiate esattamente che cosa potete aspettarvi dalle persone in generale e da ognuna di esse in particolare, e in seguito lanciatevi nelle pubbliche relazioni.

Jean de La Bruyère

 

 

 

 

 

L’altro giorno mi ha scritto un professionista; voleva delle informazioni su ciò che faccio.

Dopo i primi convenevoli molto “ingessati”, è arrivata fulminea la domanda: “Ci diamo del tu?”.

Da lì in poi, tutto è andato in discesa e la conversazione ha raggiunto un buon grado di profondità, tanto da tenerci incollati al telefono per 40 minuti.

Questa cosa mi ha fatto riflettere.

Quanto è utile tenere una forma rigida di convenevoli e di distanza nei rapporti professionali?

La risposta non è semplice, perché quasi sempre la presunta “verità” è soggettiva, come soggettiva è la percezione dell’altro in un determinato contesto.

Se da un lato è vero che la forma modella la sostanza, dall’altro è altrettanto vero che una forma troppo rigida diventa una prigione, in questo caso una prigione per la sana espressione dell’elemento umano.

Le persone (i clienti e i collaboratori compresi) hanno bisogno di esprimere la loro umanità, hanno bisogno di raccontare il loro mondo interiore anche se spesso sanno nasconderla bene sotto spillette e titoli accademici. 

E non servono studi scientifici per dimostrare ciò.

Trova il modo di toccare il cuore di una persona, e qualsiasi rapporto di lavoro acquista solidità e concretezza. Il potere della spontaneità.

 

Convenevoli ed emozioni a confronto

 

Negli ambienti di lavoro vedo spesso una forma esagerata, a discapito di  quella spontaneità che, se accolta e incanalata, può diventare genialità.

Ti capita mai di sentirti a disagio di fronte a troppa distanza?

A me sì. 

Sarà il mio lavoro che mi costringe ad amare follemente l’elemento umano, ma penso che la troppa forma a un certo punto faccia perdere la sostanza.

Quando incontri qualcuno devi sempre tenere a mente che sotto l’abito, dietro la cravatta, tra i buongiorno, i lei di cortesia e i convenevoli fatti ad arte,  batte un cuore di un essere umano fatto per lo più di emozioni (spesso represse).

Permettere a quelle emozioni (e alle TUE emozioni) di uscire è il primo passo per creare rapporti professionali duraturi.

Non sono un’anarchica.

Amo la forma, le regole, la disciplina e tutto quello che ha a che fare con  l’intelligenza di saper adottare il giusto atteggiamento in ogni circostanza.

È questione di eleganza.

Ma quando la forma copre la sostanza, si corre il rischio di ritrovarsi il silicone tra i neuroni e generare comportamenti di plastica.

Ecco, prima di arrivare a tanto forse è meglio imparare ad essere meno distinti e distanti e più d’istinti e d’istanti.

 

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